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A tu per tu nell'ascensore

di Bianca Crespi

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Paolo Vergnani, psicologo attore di Bologna, questa settimana svela i curiosi retroscena di un normalissimo disagio: condividere il proprio spazio privato con uno sconosciuto

 

Spalle al muro, sguardo basso, pensieri di fuga: così fan tutti, quando lo spazio angusto dell’ascensore costringe alla maggiore vicinanza fisica che ci sia data di condividere con gli estranei. Perché? Paolo Vergnani, psicologo attore di Bologna (www.teatrodimpresa.it), questa settimana svela i curiosi retroscena di questo normalissimo disagio.

«Ognuno di noi proietta intorno a sé uno spazio privato, che varia in base alla conoscenza e al livello di intimità: in coppia si riduce quasi del tutto, con gli sconosciuti invece si dilata al massimo», spiega Vergnani. «Si tratta del cosiddetto “uovo prossemico”: è a forma ovoidale, appunto, più stretto intorno ai fianchi e maggiormente sviluppato dietro la schiena. Davanti, corrisponde all’incirca alla lunghezza delle braccia tese, parallele al pavimento».

Di solito, in Europa, l’uovo prossemico mantiene le persone a circa 70, 80 centimetri di distanza. Chi supera questa soglia induce nell’altro un senso di minaccia a cui si può reagire in due modi: con la fuga o con l’aggressività. Ma in ascensore la cosa si complica, poiché la vicinanza fisica è eccessiva, la fuga è impossibile e l’aggressività difficile da gestire. Che fare?

«Per ridurre il disagio, di solito si tende a “rimuovere” l’altro: per questo non lo si guarda mai negli occhi, ma piuttosto si cercano ossessivamente le chiavi nella borsa, o si leggono con estremo interesse le regole di manutenzione dell’ascensore...».

E cosa succede, invece, se capita di guardarsi negli occhi?

«La persona che riceve la prima occhiata di solito si sente aggredita. Se si tratta di un uomo e di una donna, quello sguardo può anche essere percepito come seduttivo».

Chiaccherare, invece, può servire?

«Eccome. Parlare di formalità, per esempio del tempo, paradossalmente riduce l’intimità e riporta immediatamente le persone alla distanza sociale corretta. Alleggerendo in tutti la tensione».

 

(La Repubblica, Psicologia omeopatica, 07 maggio 2010)

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